Mi rifaccio al momento in cui, con parte del mio plotone nell'uliveto
antistante alla Caserma ricevuto l'ordine di resa, ho deciso di recarmi al Comando
(Castello).
Entrato in Barletta, ho scelto tra la possibilità di rifugiarmi una qualche abitazione
civile e quella di recarmi al Comando. Ho scelto quest'ultima e mi sono recato al
Castello. Ivi giunto ho trovato nell'atrio d'ingresso il Colonnello e gran parte
personale. Ormai la situazione precipitava: echeggiava già nell'aria qualche colpo di
arma da fuoco e il nostro morale era lacerante. Finalmente per evitare un inutile massacro
fu decisa resa e fu issata bandiera bianca.
Di lì a poco l'arrivo dei soldati tedeschi. L'impatto fu drammatico: personalmente ero
disarmato avendo perduto la pistola e avevo al cinturone la mia piccola macchina
fotografica. Mi fu violentemente strappata da un soldato tedesco il quale, sempre con la
pistola minuti puntata urlava in italiano "tutti morto" (sic) entro cinque
minuti nostri prigionieri. I tedeschi fecero schierare Ufficiali e Marescialli sul lato
destro antistante il Castello e di fronte il resto del personale. In questa attesa un
comando di tedeschi entrò nel cortile interno lanciando una o più bombe a mano.
Dopo poco vennero fuori i prigionieri tedeschi e uno di loro, un energumeno, avvicinatosi
mi spinse violentemente da parte e individuato dietro di me un Maresciallo, si avventò
contro di lui sferrandogli un violento pugno che gli spaccò il labbro.
La vicenda minacciava di essere maggiormente drammatica perché tra gli improperi dei
tedeschi oltre a "traditori" echeggiava l'accusa "dum dum".
Essi erano convinti, che da parte nostra si fossero usate pallottole esplosive vietate
dalle convenzioni internazionali, mentre invece si trattava di molto meno pericolose,
munizioni "frangibili" da esercitazione.
Fummo quindi portati sotto scorta armata alla periferia di Barletta e dopo qualche ora
trasferiti con automezzi in un campo di fortuna fuori Cerignola. Volle il caso che io ed
altri quattro colleghi fossimo prelevati da un mezzo leggero e portati direttamente al
predetto Campo, mentre il resto dei prigionieri fu fatto salire su automezzi pesanti che
si fermarono per poco tempo nell'abitato Cerignola.
Giunti al Campo trovammo il nostro Colonnello ed un Ufficiale e naturalmente ci impedirono
di parlare con loro: notai che il Colonnello aveva uno zigomo escoriato. Ad un certo punto
il Colonnello mise fuori una sigaretta e l'Ufficiale fece per porgergli il fuoco, ma il
tedesco di guardia volle essere lui a farlo.
Di lì a poco tre militari tedeschi armati di fucile mitragliatore invitarono me e gli
altri colleghi a seguirli all'aperto.
A questo punto pensai che ci fucilassero, senonchè in questa angosciante attesa abbiamo
udito molto vicino un colpo pistola e uno dei miei colleghi esclamò: "Povero
Colonnello!" credevamo che lo avessero fucilato, ma fortunatamente non era stato
così. Appena dopo con l'arrivo di tutti gli altri prigionieri stemperò l'atmosfera.
Nello stesso pomeriggio fummo portati in un Campo di Concentramento a Foggia ed è
importante notare quanto segue. Sul far della sera venne un alto ufficiale tedesco
accompagnato da un giovane interprete altoatesino dichiarò testualmente: "Voi siete
regolari prigionieri tedeschi. Vi tratteremo bene perché avete trattato bene i nostri
prigionieri. Attenzione se scappa uno fuciliamo tre".
La mia vicenda concluse qualche giorno più tardi nel viaggio di internamento a Mantova:
durante una sosta forzata a Francavilla a Mare per il danneggiamento di un ponte
ferroviario che impediva il transito, incontrato in stazione un amico d'infanzia anche,
lui Ufficiale di prima nomina a Cuneo, che scendeva al sud, fui convinto a scappare con
lui eludendo l'attenzione della sentinella tedesca. E così la mia disavventura militare
si concluse, dopo varie peripezie con l'arrivo a casa, il tre ottobre 1943.
Carlo Minafra
Galatina, 1 marzo 2001
Prof. Carlo Minafra
Presidente Onorario Sezione di Galatina (LE)
dell'Associazione Nazionale Combattenti e Reduci
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