Da "la Repubblica" n° 44 del 27 gennaio 2003

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Ricorre oggi la Giornata della memoria, istituita dal Parlamento al fine di conservare il ricordo dello sterminio ebraico. Accanto alla prevalente attenzione dedicata alla Shoah, nella legge non manca altresì l’invito a commemorare tutti quegli italiani "che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte". Non credo, quindi, di andare fuori tema se torno su quest’ultimo aspetto per lamentare, ancora una volta, la rimozione che non solo la storiografia ma lo Stato italiano in molte delle sue istituzioni opera a tutt’oggi nei confronti di quei reparti che dopo l’8 settembre non si arresero e dei quasi 600.000 soldati e ufficiali deportati.

E’ pur vero che il presidente Ciampi ha fatto di questo tema uno dei motivi ispiratori della sua presenza al Quirinale, affermando in tante occasioni il valore storico che ebbe il sacrificio di quegli uomini in grigio verde dopo l’8 settembre, concepito come il momento di inizio di una Resistenza non ascrivibile in toto ai partiti del Cln.

Una volta stabilita una linea da parte del Capo dello Stato "l’intendance suivra", affermava il generale De Gaulle e forse si illudeva. Comunque è provato che sulla via indicata da Ciampi l’intendenza (l’Amministrazione, la Burocrazia, le stesse Istituzioni) non segue affatto.

Faccio due esempi. Il primo riguarda la proposta di concedere una apposita onorificenza, così come si era fatto con i Cavalieri di Vittorio Veneto, per tutti quei militari che avevano resistito dopo I’8 settembre sul campo dell’onore o nei lager. Tutti sembrarono lì per lì d’accordo su questo gesto simbolico di riconoscenza patria e il ministro della Difesa di allora, Carlo Scognamiglio, fece propria l’iniziativa. Passarono governi e parlamenti, mentre continuavano e continuano ad assottigliarsi i sopravvissuti e nessuno ne parla più. La spiegazione sta nel fatto che, occorrendo una legge per introdurre una nuova onorificenza, essa appare assai difficile da varare poiché An ne bloccherebbe l’iter se non venissero inclusi fra gli aventi diritto anche i "ragazzi di Salò" e, cioè, coloro i quali credettero di dover ribadire l’alleanza con Hitler proprio dopo l’8 settembre. Questo è quanto intendono taluni quando discettano di "memoria storica condivisa".

Il secondo esempio è il rifiuto della concessione della medaglia d’oro al Valor Militare alla città di Barletta, dove il presidio, agli ordini del Colonnello Grasso, respinse l’attacco condotto anche con mezzi pesanti dalle colonne tedesche che solo il 12 settembre, grazie all’impiego di truppe corazzate e di aerei, riuscirono a soverchiare i difensori, abbandonandosi anche ad azioni di rappresaglia con la fucilazione di 14 vigili urbani. La concessione di questo riconoscimento avrebbe costituito l’occasione per rivalutare i ben 600 episodi di resistenza nel Mezzogiorno dopo l’8 settembre con migliaia di vittime, militari e civili, di cui nessuno ha quasi mai parlato (ricordati nel prezioso e isolato numero di "Nord e Sud" del novembre 1999 a cura di Gloria Chianese).

La proposta è affondata tra mille cavilli. Malgrado il presidente della Commissione del ministero della Difesa per le ricompense al Valor Militare ai partigiani, generale Muraca, abbia cercato di risolvere positivamente il caso, assumendo l’apporto della popolazione civile alla resistenza militare, come motivazione giuridica per superare l’ostacolo rappresentato con impudicizia leguleia dal diniego frapposto con la scusa della scadenza dei termini per le medaglie al Valor Militare. Nel1a sua nota, indirizzata all’ammiraglio Biraghi, consigliere militare del Presidente della Repubblica, il generale Muraca faceva notare come, mentre nel Centro Nord i riconoscimenti sono stati copiosi "nel Meridione, ove la Resistenza non poteva esprimersi che in forme improvvise e di breve durata, quegli stessi riconoscimenti sono venuti spesso a mancare, rendendo in quelle aree il significato della lotta di liberazione meno avvertito e coltivato che altrove". Neanche queste argomentazioni sono, però, valse a rimuovere gli ostacoli...

In proposito uno storico tedesco, Gerhard Schreiber, autore de "La vendetta tedesca 1943-45, le rappresaglie naziste in Italia" (ed. Mondadori) ci ha trasmesso copia di una sua risentita lettera alla Presidenza della Repubblica in cui afferma: "Con tale rifiuto si sta sacrificando l’etica degli eroi di Barletta sul freddo altare di una burocrazia piatta. Nutro ancora la speranza in un provvedimento motu proprio del Presidente. Altrimenti restiamo testimoni perplessi di una ingiustizia non meritata da coloro che hanno rischiato tutto come protagonisti della Resistenza". Mi associo a queste parole esemplari.

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