Da "Famiglia Cristiana" n° 44 dell’11 novembre 1973

 

BARLETTA, STRAGE DIMENTICATA

LA PRIMA "CITTA’ MARTIRE"DEL SETTEMBRE 1943

Una tragica pagina di storia quasi sconosciuta. Quattro giorni dopo l’armistizio, i tedeschi occupano la città che per quasi ventiquattro ore aveva opposto un’accanita resistenza e si abbandonano a veri episodi di saccheggio. Per rappresaglia uccidono dieci vigili urbani e due netturbini.

Di Pier Michele Girola

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Il 12 settembre il Comune aveva organizzato una imponente e solenne manifestazione per ricordare i dieci vigili urbani e i due netturbini trucidati dai nazisti trent’anni fa, subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Furono le prime vittime innocenti di un lungo elenco di vittime civili. In dodici giorni di occupazione, i tedeschi ammazzarono altri venti cittadini oltre a trentatré militari. Barletta così duramente colpita dalla guerra e dalla furia nazista, aspetta ancora un riconoscimento. E’ stata chiesta la medaglia d’oro. Inutilmente. Pare che trentadue morti civili, decine di feriti, dodici giorni di sofferenze, con scontri anche tra la popolazione e le forze occupanti, non siano sufficienti se questo è accaduto sotto un determinato parallelo. Una discriminazione grave, che alimenta e aumenta lo sdegno di una gente che già si sente trascurata e abbandonata per altri motivi.

Non si è mai capito perché l’eccidio compito a Barletta la mattina del 12 settembre 1943 sia stato completamente dimenticato. Se si parla delle prime dimostrazioni di barbarie naziste in Italia, ci si riferisce di solito ad episodi avvenuti al Nord. Di tutto quanto avvenne sotto la linea di Montecassino Si ricordano soltanto le quattro eroiche giornate di Napoli della fine di settembre del ’43. Di Barletta, nulla.

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11 settembre 1943. E’ un sabato. Dalla sera di mercoledì 8 settembre l’Italia ha cessato di combattere contro Stati Uniti, Inghilterra e Francia. La guerra adesso c’è ancora, ma con la Germania. Il re è a Brindisi, oltre centocinquanta chilometri più a Sud. Il giorno prima le ultime colonne corazzate tedesche hanno lasciato Barletta. Sembra davvero finita. Dal mare sono arrivate alcune piccole imbarcazioni con soldati italiani fuggiti dall’Albania. Dicono che laggiù la situazione è terribile, che le nostre forze sono in sfacelo, che i nazisti premono, assediano, chiedono la resa, spesso massacrano. Pochi li credono. Tutti hanno visto i tedeschi lasciare Barletta senza torcere un capello a nessuno, quasi amichevolmente. L’8 settembre soldati tedeschi hanno assistito sorridendo alle manifestazioni popolari di giubilo per l’armistizio.

Nella notte è suonato più volte l’allarme: in lontananza si sente il brontolio dei cannoni. "Gli inglesi sono vicini", si dice in giro. Poi in mattinata, arrivano terribili notizie. I tedeschi contrattaccano, resistono, paiono delle furie scatenate. Da Bari, poi da Foggia, poi dalla vicina Spinazzola, giungono voci di civili ammazzati dalle truppe germaniche ora in ritirata, ora in controffensiva. I pochi raggruppamenti dell’esercito italiano che tengono Barletta, sotto il comando del colonnello Grasso, si preparano a combattere. Poco prima di mezzogiorno si scatena un inferno.

 

Un episodio oscuro

I nazisti attaccano lungo le rive dell’Ofanto, lo passano e premono sulla città. Tre soldati italiani e due germanici cadono nei pressi della batteria 132 che difende Barletta sulla via del Camposanto. In via Andria, nella zona a sud ovest della città, accanto alle Casermette, gli italiani riescono a sistemare in tempo un mortaio. Accanto all’arma si piazza una piccola batteria comandata dal tenente Vasco Ventavoli. L’artigliere che spara è il sergente Guido Giandiletti. Compie una vera e propria prodezza: sei fra carri armati e blindati vengono messi fuori combattimento. Due tedeschi sono uccisi. Non sono giorni molto gloriosi per l’esercito italiano, abbandonato a sé stesso dal governo e dal suo Stato maggiore, ma a Barletta la sua guarnigione si fa onore.

Inutilmente, per tutto il sabato, i tedeschi cercano di sfondare (vogliono raggiungere il porto e il Castello Svevo, fondamentali punti strategici). Non solo. Subiscono scacchi piuttosto umilianti: alla fine dei combattimenti, nelle mani degli italiani ci sono settanta prigionieri e un carro blindato intatto, che viene nascosto nella galleria del teatro Curci.

C’è però un episodio, accaduto nel primo pomeriggio, intorno alle 15, che scatenerà la rappresaglia. Un gruppo di ufficiali in sidecar (la moto con il carrozzino) comandano le truppe germaniche che cercano di dare l’assalto alla famosa batteria 132. Uno viene ucciso, un secondo fatto prigioniero. Nel fuggire, gli altri tre, con la loro moto, finiscono per superare lo sbarramento difensivo italiano ed entrano in città. In via Roma scorgono un uomo che sta seguendo la scena dietro una persiana, e a mezze parole gli chiedono di indicare la via per l’ospedale. L’uomo tentenna; i tre se ne vanno ed entrano in piazza Roma.

Qui c’è un drappello di soldati italiani e dei civili. Scoppia una sparatoria. Il guidatore del sidecar viene colpito a morte. Degli altri due, uno ha fortuna e riesce a saltare su un’autoambulanza che passa in quel momento, diretta all’ospedale. L’altro cerca di fuggire, inseguito dai militari e da una folla inferocita. Si rifugia in una macelleria ma viene raggiunto. A questo punto l’episodio si fa più oscuro. Secondo una versione, un civile lo colpisce con l’accetta presa dal banco. Secondo latri, viene ferito a morte dai militari italiani.

12 settembre. I tedeschi, vista l’accanita resistenza degli italiani, decidono un’azione di forza. Alle sette sbucano dal mare a volo radente, i "caccia" nemici. Sanno dove sono sistemate le batterie contraeree italiane e le colpiscono inesorabilmente. E’ un attacco a sorpresa. In pochi minuti gli aerei tedeschi distruggono la gran parte delle artiglierie del porto, del Castello, delle Casermette. Viene resa inutilizzabile anche la famosa 132 che il giorno prima aveva loro sbarrato la strada sulla via del Camposanto. Vengono colpite abitazioni, chiese ed altri obiettivi civili. Barletta resta praticamente indifesa. Alle 8 non c’è persona viva per le strade. Il silenzio è profondo, assoluto. Lo rompe soltanto, di tanto in tanto, il fragore dello scoppio di una bomba e il grido di chi ne è colpito.

Mezz’ora dopo carri armati e automezzi blindati entrano in una città che ormai non fa più resistenza. L’ultimo ostacolo che hanno dovuto superare è stato sull’Ofanto, dove una batteria italiana li ha costretti ad un duro combattimento. Ma sono superiori di numero e di mezzi e vincono lo scontro. Ci si accorge subito che i tedeschi sono cambiati, che la lotta del giorno prima e, soprattutto, l’uccisione degli ufficiali in piazza Roma li ha scatenati. Sono assetati di vendetta, decisi persino al saccheggio. E’ la prima volta che gli italiani li vedono così, ma non sarà l’ultima. Saccheggi, vendette, rappresaglie, terrore, in molte zone d’Italia incominceranno adesso e dureranno venti mesi.

Mentre la guarnigione si arrende (il colonnello Grasso e gli ufficiali saranno deportati in Germania), una colonna di tedeschi raggiunge piazza Roma. Sparano raffiche di mitra contro le persiane e le porte delle case, se hanno l’impressione che dietro ci sia qualcuno. Alcuni civili sono uccisi. In piazza Roma, dove il giorno prima c’era stato lo scontro con gli ufficiali, non trovano nessuno; allora si dirigono verso piazza Monumento, poche decine di metri più in là. Qui sull’angolo di via De Nittis con via Cappuccini, che sbuca nella piazza, c’è un piccolo ufficio al pianterreno di una vecchia casa. Due stanzette che fungono da comando dei vigili urbani.

In servizio, quella mattina, ne sono presenti dodici, compreso il maresciallo Capuano che li comanda. Con loro ci sono pure due netturbini rifugiatisi nell’ufficio quando sono scoppiati i bombardamenti. Gli altri vigili, con qualche scusa, sono rimasti a casa. Hanno fiutato il pericolo. I loro colleghi più scrupolosi pagheranno con la vita il loro senso del dovere. Alle 9 i carri armati tedeschi sbucano in piazza Monumento. I vigili nascondono le pistole. Quando una pattuglia nemica entra nell’ufficio li trova inermi e disarmati. Non c’è alcun motivo per accanirsi si di loro, ma i tedeschi hanno deciso. Vogliono vendicarsi della morte dei loro ufficiali e della resistenza incontrata il giorno prima. Li costringono ad alzarsi e a strattoni li fanno uscire sulla piazza. Vengono messi contro il muro dell’edificio che ospita la direzione delle Poste. Nell’ordine da sinistra ci sono i vigili Antonio Falconetti, Pasquale Del Re, Luigi Gallo, Vincenzo Paolillo, Gioacchino Torre (assunto quaranta giorni prima), gli spazzini Luigi Jurillo e Nicola Cassatella e poi ancora i vigili Pasquale Guaglione, Michele Spera, Francesco Gazia, Sabino Monteverde, Michele Forte e Francesco Falconetti. Il maresciallo lo lasciano andare.

 

Un tragico bilancio

Arriva un fotografo. La scena viene ripresa alcune volte, con tanta insistenza che i tredici, prima terrorizzati, incominciano a rassicurarsi. Pensano, forse, ad una montatura dei tedeschi per farli passare come dei prigionieri militari. Poi, all’improvviso, un ufficiale da ordine alle mitragliatrici, piazzate sul marciapiede opposto, di sparare. Le prime raffiche esplodono tra urla di dolore e di terrore. Uno dei vigili riesce a scappare, svolta l’angolo di via Cappuccini, ma qui viene inchiodato da alcuni colpi sparati con il mitra da un soldato. Michele Spera, seppur colpito alle gambe, attraversa con un balzo la strada e si butta contro gli aguzzini. Lo troveranno, tutto perforato di colpi, sdraiato su una delle mitragliatrici.

I tedeschi soddisfatti della strage se ne vanno subito, lasciando i cadaveri come sono caduti, "per dare un esempio". Così salvano la vita a Francesco Falconetti, il quale , colpito alle gambe, era crollato a terra tra i primi. I suoi compagni gli sono piombati addosso, coprendolo. Un po’ svenuto e un po’ cosciente, il povero vigile resterà, ferito, per quasi quattro ore sotto quel cumulo di cadaveri. Solo quando le mogli dei morti arriveranno, urlando e piangendo, con dei carretti per portarsi via i corpi dei mariti, il sopravvissuto potrà essere liberato e portato all’ospedale (è morto qualche anno fa, stroncato dalla malattia al cuore contratta quel giorno). I tedeschi restano a Barletta fino al 24 settembre, quando la città viene occupata dai soldati inglesi, canadesi e neozelandesi, preceduti da una motocicletta con due militari italiani.

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Un martirio ed alcuni episodi di eroismo che finora non sono stati giudicati degni di una medaglia. Il nome di Barletta, quindi, continua ad essere famoso per quella disfida di 470 anni fa tra soldati italiani e francesi che solo la fantasia risorgimentale di Massimo D’Azeglio (che a Barletta non ha mai messo piede) poteva trasformare in un episodio di patriottismo italiano, quando altro non fu che un pittoresco duello tra soldati mercenari, con tanto gusto per le scommesse e le spacconate e nessun sentimento nazionale. Certo fanno molto più onore alla città il sacrificio dei dieci vigili e dei netturbini trucidati.

 

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